Madre:nel tuo utero scrivi il futuro di tuo figlio

 

 

Per molto tempo si è pensato che le emozioni e i pensieri della madre gravida non influissero minimamente sullo sviluppo del feto. Oggi si sa, tuttavia, che non solo influiscono decisamente ma che possono persino segnare il futuro del bebè per tutta la vita. Addirittura molti dei malanni di cui potrebbe soffrire da adulto possono aver origine in qualcosa che lo colpì mentre era nell’utero di sua madre.

Niente è più lontano dal mio sentire che giustificare la necessità che le donne tornino all’ormai superato (per fortuna!) ruolo di semplici fattrici e custodi di figli. Ma anche se non la penso così, ciò non impedisce che debba esprimere la terribile responsabilità che la natura ha messo in mano alle madri, meno ai padri. E meno ai padri per il fatto che sono le madri, non i padri, che ospitano e devono nutrire con la propria carne, coi pensieri e gli affetti per nove mesi (un’eternità intrauterina) il processo della quasi definitiva formazione psicologica del figlio. E se questo lo si vuole fare bene, ci vuole un modo di vedere e d’intendere la maternità che non è quello di prima, però non è neanche il modo in cui, generalmente, s’intende oggi.

Ovviamente di fronte a quanto fin qui esposto il lettore – e ancor più la lettrice – può obiettare che non esistono basi scientifiche definitive che permettano di affermare che è la madre e quasi solo la madre la grande responsabile del futuro dei suoi figli. È un’obiezione del tutto confutabile.

 

COS’È LA PERCEZIONE EXTRAUTERINA?

(…) La tecnica terapeutica Anateoresi  (…) si avvale di un tipo particolare di rilassamento (cui ho dato il nome di Induzione allo Stato Regressivo Anateoretico, ISRA) che, senza perdita di coscienza, cioè con un semplice rilassamento profondo, permette a una persona adulta non solo di visualizzare, ma anche, e in special modo, di vivenciar (vedere e sentire) i danni che sofferse quando era nell’utero di sua madre. E permette anche alla persona in questo stato di visualizzare e vivenciarquello che succedeva fuori dall’utero quando, da embrione o feto, soffriva o godeva i danni o le gratificazioni che in quel momento viveva sua madre. Effetto che ho chiamato Percezione Extra-Uterina (PEU) e, per quanto possa sembrare fantastico, fornisce sempre – sempreché la persona sia in un perfetto stato ISRA – fatti concreti.

 Così un paziente (lo siamo tutti, perché tutti siamo malmessi anche se al momento non mostriamo somatizzazioni) può sentire il terribile freddo della morte che visse da feto e contemporaneamente provare, e vedere, che in quello stesso momento in cui lui si sentiva morire sua madre stava tentando di suicidarsi prendendo delle pastiglie. Pastiglie (e sto parlando di un caso concreto che illumina tutti gli altri) che il paziente in terapia identificò col loro nome, e identificò pure il medico – a lui del tutto sconosciuto, come pure il tentativo di suicidio di sua madre – che riuscì a riportarla in vita. Ma non è necessario che ci sia un danno così grave come un tentativo di suicidio: basta che una madre non accolga col necessario affetto il figlio che si è appena accorta di avere in seno perché l’embrione riceva emozionalmente il rifiuto e lo stampi nella sua carne e nel suo sangue. In fin dei conti ciò che chiamiamo ioè fondamentalmente il prodotto di tali danni ed anche dei momenti gratificanti con cui nostra madre via via ci nutre dal momento in cui un ovulo viene fecondato fino ai più o meno cinque anni in cui il figlio – bambino  o bambina – comincia a identificarsi col padre. Processo, questo, che va avanti, sia pure in modo meno impattante, fino all’adolescenza.

So che ogni madre desidera il meglio per il bebè che porta in grembo. E so anche, perciò, che molte di esse si sentiranno emotivamente infastidite alla mia affermazione che solitamente stanno gestando male i loro figli. Di fronte a ciò, lo so per esperienza, la risposta in molti casi è che è da vedere se quel che affermo è vero. Obiezione abbandonata da tutte quelle che hanno provato su di sé, in rilassamento (non in gravidanza, quando non si deve fare terapia anateoretica) che era vero quello che affermo quando si trovarono loro nel ventre materno. Insisto: è vero perché loro, in stato di rilassamento, rivivono i loro guai. Ossia vivencian come e quando accaddero i guai derivanti dalle loro madri, e, quel che più conta, poterono risolvere i loro problemi dissolvendo le cariche patologiche che quei danni mantenevano vivi e attivi. Perché Anateoresi non è una teoria: si basa su fatti comprovabili. Anateoresi è scienza.

Proprio perché è scienza posso affermare che nessuna donna, gestante o con figli, deve sentirsi in colpa di fronte a quanto affermo. E non deve sentirsi in colpa (colpevolezza è sempre patologia) perché da un lato si comincia solo ora a conoscere la grande recettività degli embrioni e feti, dall’altro perché il sistema sanitario e la struttura sociale in genere non sempre permette che la donna incinta trovi ottime risposte alle sue domande; infine, perché i danni che la madre gestante imprime nel suo futuro bebè non sono tanto dovuti a lei quanto alla grande recettività emozionale dell’essere che sta gestando.

Non è passato molto tempo da quando la Medicina concepiva l’embrione umano come una specie di tumore benigno che si stava formando passivamente dentro la madre la quale dopo nove mesi l’avrebbe espulso con più o meno sforzo e dolore ma senza altre conseguenze, salvo complicazioni che si consideravano sempre dovute a cause estranee all’atteggiamento emozionale della madre di fronte al figlio nascituro. Ma non è così. Comincia a rendersene conto la Medicina convenzionale. Quanto ad Anateoresi, l’esperienza mostra che l’embrione umano, nella fase intrauterina e di nascita, passa per stadi di percezione che si possono spiegare come segue.

Il primo stadio di percezione – SP1 – corrisponde alla fase iniziale embrionale, in cui l’embrione si trova in uno stato speciale di sogno che lo mantiene in totale sintonia con la madre. Senza difese. Cioè quello che gode o soffre la madre lo gode o soffre l’embrione, lo gode o soffre senza poterlo evitare e come se fosse qualcosa di suo. Qualcosa che gli giunge da se stesso. Anche se lo gode o soffre a livello sensoriale. (…) Anche prima che si formi il sistema nervoso c’è già comunicazione intercellulare. Così, le cellule dell’embrione secernono regolatori paracrini che forniscono informazione e istruzioni alle cellule vicine. Esiste già una specie di memoria cellulare. Inoltre, è già nel primo mese di gravidanza che cominciano a formarsi il sistema nervoso e i nervi periferici. In questo primo stadio di percezione, che comprende solo alcune settimane dal concepimento, Anateoresi rileva il primo grande danno (io lo chiamo IAT: Impatto Analogico Traumatico) che marchia a fuoco il futuro bebè. Questo danno o gratificazione è la carica emotiva che lancia la madre quando s’accorge di essere incinta. Se riceve la notizia come qualcosa di indesiderato e mantiene per un certo tempo questo atteggiamento, tale rifiuto giunge all’embrione come un impulso di morte, come qualcosa che si oppone al suo processo di crescita, come una minaccia. È la prima sofferenza di una vita che vuole nascere. Tuttavia non è il caso di drammatizzare perché la cosa è perfettamente superabile.

 

COSA PENSA, COSA SENTE L’EMBRIO-FETO?

Il secondo stadio di percezione – SP2 – include l’epoca di maturità embrionale ed anche gli inizi dell’epoca fetale, in cui il cervello mostra già una struttura con circonvoluzioni. Questo stadio corrisponde, pertanto, a una percezione simbolica già strutturata mitologicamente. Chiarisco che questa simbologia, che è una simbologia archetipica, è il linguaggio consustanziale al feto. Continua ad essere, pertanto, una percezione senza io, senza focalizzazione personale, aperta quindi a tutti gli impatti, specialmente a quelli emotivi procedenti dalla madre, con la quale si mantiene, come nel primo stadio di percezione, in simbiosi totale. E non dimentichiamo che simbiosi non significa che il cervello del bebè sia quello della madre, ma l’esistenza già di due cervelli, ciascuno dei quali con capacità di ricevere e immagazzinare informazione; solo che in questo travaso di informazioni il sistema nervoso del feto continua ad essere fondamentalmente recettivo, con una recettività soggettiva che globalizza ogni impatto come se l’impatto fosse lui. Così, il feto scrive nel suo sistema nervoso, nelle sue cellule,, in tutto il suo corpo, ciò che la madre porta emotivamente scritto e ciò che la madre continua a scrivere nella sua mente. La madre trasmette al feto anche i suoi sogni profondamente emotivi. E il feto li riceve con la stessa forza che se fossero qualcosa di reale. Così, pensare ripetutamente e seriamente di abortire è per il feto altrettanto reale che se la madre si sottoponesse a un autentico aborto.

In questo secondo stadio, la madre che vive una costante tristezza, irritazione, stress, litigi di coppia – specialmente se con urli – etc., trasmette tali sentimenti al feto, che li riceve come se fossero suoi. E li riceve emozionalmente e fisicamente perché una madre triste distilla tristezza ormonale e perché una madre che si pone in tensione sottopone il feto a una pressione fisica insopportabile. E il feto, questo dormiente lucido, si sforza con mani e piedi di difendersi dalla cintura di dolore che lo opprime. Anche se le immagini che elabora, come ho già detto, sono simboli archetipici. E così questo pericolo di “soffocamento” da pressione fisica ed emozionale che procede dalla madre è per il feto un naufragio nell’oceano amniotico del suo alvo materno.

Non dimentichiamo che i simboli primigeni elaborati dai ritmi cerebrali lenti (i ritmi rapidi beta, quelli della veglia, non sono ancora sorti nel feto o non sono maturi)sono il supporto su cui si sostenta la nostra vita adulta. Così, la visione e il sentimento del Paradiso è un utero gratificante carico di endorfine. Mentre la nascita la vivenciamos come un sorgere a un mondo nuovo, inospitale, un mondo che ci aggredisce e di conseguenza esige che ce ne difendiamo. La mitologia è noi, le nostre esperienze intrauterine.

 

COSA PENSA E SENTE IL FETO?

Il terzo e ultimo stadio di percezione intrauterino – SP3 – ha inizio tra il quarto e il sesto mese, momento in cui il feto ha un cervello totalmente strutturato neuralmente, momento in cuipraticamente già potrebbe – al sesto mese –sopravvivere se nascesse. In questo stadio, che possiamo estendere fino alla nascita e pure fino all’epoca preverbale, la percezione è già caratterizzata dall’esistenza di treni di onde cerebrali theta, un ritmo cerebrale caratterizzato da una profonda emotivitàe non meno profonda creatività. Si tratta quindi di una percezione analogica – ossia che stabilisce le relazioni per similitudine – di modo che, per dare un esempio di facile comprensione, se un bambino rifiuta il padre perché lo ha picchiato si sentirà spinto a rifiutare pure gli uomini che abbiano le mani simili a quelle di suo padre. Sarà, ripeto, una percezione analogica, ma in cui la coscienza mostra già una palese focalizzazione. Insomma, il processo di individualizzazione che terminerà con la formazione di un io, è già più individualizzato e così il sentimento di disamore che era solo sensazione quando si sentì rifiutato nel primo stadio, ora assume connotazioni più personali e, a seconda di come siano stati gli  impatti negativi ricevuti nel suo processo di gestazione, tale disamore può essere un sentimento di rifiuto ma anche di abbandono o di qualunque altra cosa analoga ad essi.

Non dimentichiamo che solo al termine del quarto stadio di percezione – ossia tra i sette e i dodici anni – il bambino ha raggiunto ritmi cerebrali beta maturi, i ritmi di veglia, quelli che caratterizzano e permettono il discernimento. Ossia, nei primi tre stadi di percezione l’embrione o il feto soffre o gode – e lo fa in modi diversi e con diversa forza a seconda di ognuno di tali stadi percettivi – gli impatti che gli giungono dalla madre, ma anche soffrendoli non sa distinguere il perché di tali impatti né se gli appartengono o no. È una cosa tanto evidente che nella terapeutica anateoretica uno dei problemi più resistenti alla soluzione è l’adulto che abbia avuto una gravidanza tinta di un continuo sentimento negativo della madre: per esempio, la tristezza cronica di lei, il disamore verso il feto o perfino l’indifferenza verso di lui. Perché, in definitiva, tutto si riduce a una non-comunicazione o a una cattiva comunicazione tra la madre e il frutto che sta gestando giacché in tali casi il feto – che manca della capacità di discernere, ossia di comprendere che cosa sta succedendo – unisce alla sua unione con la madre – senza poterla sottoporre a giudizio, come se fosse qualcosa di consustanziale a se stesso – quella tristezza, disamore etc. che sta ricevendo. Cosicché se il sentimento che riceve è effettivamente di disamore, tale sentimento continuerà a viverlo , una volta nato, e crederà di riceverlo da tutte le persone che siano, agiscano etc. in modo analogo alla madre. Vale a dire che non necessariamente crederà di riceverlo dalla propria madre. Lei la giustificherà perché ha bisogno, per sopravvivere, di una buona o almeno sopportabile identificazione materna. Orbene, anche quando in terapia il paziente arriva a comprendere che il  danno lo ha ricevuto da sua madre, anche così fa resistenza ad abbandonare tale sentimento patologico di disamore perché si rende più o meno conto che rinunciare a tale sentimento è rinunciare a sua madre. E ogni essere umano, per poter vivere, necessita dell’esistenza introiettata di sua madre, anche quando tale immagine lo faccia ammalare.

 

UN CATTIVO UTERO È QUASI SEMPRE CAUSA DI UNA CATTIVA NASCITA

E non dimentichiamo che un cattivo utero è quasi inevitabilmente causa di una cattiva nascita. Perché, in definitiva, la nascita fa parte anche della gestazione. Sono uno stesso fatto. Così come, se guardiamo dall’alto, ci risulta evidente che fiume e mare sono una stessa cosa, qualcosa di totalmente unito. Non può esserci un fiume senza un luogo dove versare le acque da lui portate.

E così, la nascita è questo entrare nel mare di una nuova vita, solo che vi entriamo col sentimento di averne persa una precedente, di esser morti a qualcosa di previo. Allo stesso modo un giorno – è una analogia – sfoceremo pure in un altro mare, sebbene per farlo ci tocchi morire a questa vita, a questa nostra attuale percezione cerebrale di veglia. A ciò che ora chiamiamo vita.

Credo che da quanto sopra sarà diventato chiaro perché all’inizio di questo articolo ho affermato la grande responsabilità che comporta la maternità. E perché ho posto in secondo piano la responsabilità paterna.

La fortuna di ogni donna è che sono le donne che ospitano nel loro seno il più prezioso dei frutti. È per loro la gioia di sentir gorgogliare la vita dentro di sé, ma per loro è anche non tutta, ma quasi tutta, la responsabilità di far sì che il frutto sia particolarmente sano, bello e intelligente.

 

JOAQUÍN GRAU

(Traduzione di Maria Luisa Cozzi)

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