LA DURA E LUNGA AVVENTURA DI NASCERE

di  Joaquín Grau

 

 

Lungo i nove mesi di gravidanza i bimbi sono segnati dai vissuti delle madri al punto che se gli impatti emozionali negativi che ricevono sono molto forti e continuati possono segnare per sempre, una volta cresciuti, la loro salute. Come pure può segnarli un cattivo parto. Si può facilmente constatarlo quando, all’età di pochi mesi o un anno, il bimbo è invitato a introdursi in un tunnel per gioco. Se il parto è stato buono, il bimbo vi si introdurrà senza problemi; altrimenti piangerà.

Immagini il lettore trecento milioni di corridori che si spintonano sulla linea di partenza di una maratona in cui, nel migliore dei casi, difficilmente sarà più di uno a salire sul podio del vincitore. Immagini inoltre che questa corsa ha come premio la sopravvivenza, cosicché solo il vincitore ne uscirà vivo. Anche se va detto che pure il vincitore finirà per pagare con la vita il suo successo.

È chiaro che il lettore mi dirà che roba è questa maratona, che preferisce starsene a leggere Corpi e Anime che è meno rischioso. Ma è certo che egli ha corso questa maratona e non solo vi ha partecipato ma dirò, per farlo contento, che ha vinto. Perciò tutti i miei complimenti al gran trionfatore: mica roba da poco dar la polvere a tanti milioni di concorrenti!

Ovviamente corse questa maratona quando i suoi genitori sentirono il bisogno di concludere la faccenda sulla pista di atletica di chissà dove. Quindi si allinearono alla partenza quei minimo trecento milioni di atleti – magari un po’ di meno – ma con flagelli da vendere per competere. Anche se ora certi biologi affermano che di questi circa trecento milioni di atleti solo una percentuale – anche se di milioni – sono spermatozoi in grado di fecondare. I rimanenti erano lì a fare i poliziotti e gli spazzini. Ossia spermatozoi che vigilano e controllano la corsa e spermatozoi che stanno pulendo la strada ai corridori. Ma se, dico io, come taluni biologi affermano, questi stanno pulendo la strada, vuol dire che vanno davanti a quelli che corrono. È dunque triste pensare che ci saranno sempre serviti e servitori.

A parte però considerazioni di tipo morale, è sicuro che ciascuno di noi ha vinto la maratona più competitiva che esista. E non ci vuole molta immaginazione per farsi un’idea di come dovette essere terribile la marcia verso l’ovulo che l’aspettava. Lasciando indietro milioni di cadaveri lungo la via in cui, raggiunta la meta dov’era l’ovulo, anche essendo il vincitore non poteva essere sicuro di essere lui quello che riusciva a fecondarlo. Perché la Natura, crudele, permette che l’ovulo scelga tra i primi che arrivano alla meta. Un’ingiustizia, d’accordo, ma così è la vita. Inutile lamentarsi perché non solo è arrivato primo, o fra i primi, ma è anche stato il prescelto. Il brutto è che ficcando la testa nell’ovulo e facendo girare a spirale il flagello delle estremità per aprire un varco nel guscio dell’uovo, cosa evidentemente riuscita, ciò ne comportò la morte, perché è certo che nell’ottenerlo fecondò l’ovulo ma a prezzo di scomparirci dentro. E questo è il brutto.

 

LA PRIMA NASCITA

Ecco che tu che non eri ormai né spermatozoo né ovulo, ma un misto di entrambi, cioè qualcosa di diverso appena nato, divenisti quella forma unicellulare che chiamano zigote. Eri già una cellula. E iniziavi il cammino di una nuova vita.

Solo che il cammino verso questa nuova vita dovevi farlo da solo e con un crescente protoplasma che di mese in mese diventava sempre più sensibile al dolore, benché anche al piacere.

Trovandoti nell’utero di tua madre, ti trovasti che tu eri tu, ma una cosa detta placenta ti univa in simbiosi con tua madre. Ossia, tu che non avevi la minima idea di essere tu, eri praticamente tua madre. E magari tua madre, accorgendosi di avere in seno una vita, aggrottò la fronte e disse tra sé – cioè rivolta a te – che quello che si era intrufolato avrebbe fatto meglio a andare a farsi friggere sulla sedia elettrica, o che fosse morto tentando di sforacchiare col suo flagello la parete di un preservativo. Insomma, quell’ovulo fecondato era di troppo. E l’essere vivo, benché meno, che è l’ovulo fecondato, riceve il messaggio come un freddo glaciale, come qualcosa che spinge al non essere, senza comprendere che colei che possiede la matrice in cui viene ospitato ha le sue ragioni: sta pagando la casa e non ne ha per altre spese, è disoccupata, le è morto il marito o neanche c’è, etc. È anche possibile che la padrona della matrice mantenga questo atteggiamento, che è un ordine di morte, un mese dopo l’altro. E quest’ordine di morte – di non andare avanti, di andarsene, etc. – l’embrione lo riceve come qualcosa di suo, e ne soffre nella sua memoria cellulare prima e nella sua memoria di ritmi theta poi, come una sofferenza senza causa, come un dolore che sta impregnando e ormai fa parte del protoplasma che lo sta crescendo.

E in questo percorso dei nove mesi, un’eternità per un bimbo che non conosce il tempo e il modo in cui lo concepiamo noi, che per lui è semplicemente il tempo di un’intera vita, questo bimbo sta ricevendo gli impatti che gli manda sua madre. Sono impatti che possono provenire da lei o meno, ma lo sono se lei li sente, e sentendoli lei inevitabilmente li sente il bimbo.

Così, può vivere oppressa dal lavoro, può sentire la tristezza profonda di una morte o di un abbandono, può vivere nel disamore perché è questo ciò che ha ricevuto, può essere sempre in guerra con suo marito o con altri familiari, una guerra fatta di grida, di odio… può essere intrisa delle paure che a suo tempo ricevette a sua volta o semplicemente che ha all’idea di partorire, può… può perfino non comunicare col bimbo e neppure trasmettergli – quel che è peggio – le sue stesse sofferenze.

Possono anche accadere fatti concreti dolorosi come quei vomiti continui che rappresentano la lotta organica per accettare quell’impianto di nuova vita che è l’embrione e che possono finir per essere l’espressione simbolica di voler espellere il bambino; o come le aggressioni fisiche da parte del marito o di altre persone; o come una caduta; o come può essere un modo inadatto di far l’amore con la conseguente pressione sull’addome della donna; o come un lavoro che comporta eccessivo sforzo; o come…

Tutto ciò riceve l’embrione, e lo riceve poi il feto, con maremoti amniotici, con sensazioni di soffocare, con esperienze prossime alla morte per il ritiro della percezione, per il senso di parti del corpo ammalate, con ritiro di energia da certe zone del corpo e con molte altre reazioni organiche e psicologiche dolorose che resteranno impresse nel futuro io del bambino.

Ma non devo eccedere in drammatizzazione perché la Natura – questa madre che ci tratta duramente perché ci vuole tosti, preparati alla vita che ci aspetta fuori dall’utero – ha disposto anche grandi difese e gratificazioni. Per esempio, le endorfine che saturano il liquido amniotico e ci portano al più splendido paradiso; le contratture che a più riprese e per un lungo lasso di tempo in ogni contrattura muovono la matrice e il bimbo sente che la matrice – che è la madre – lo abbraccia e mobilita dolcemente; la soggettività della nostra percezione globale quando inizia la vita intrauterina, qualcosa come vivere in una coscienza espansa, anche se quest’espansione, di mese in mese, si va restringendo fino ad arrivare alla nostra percezione beta di veglia tanto individualizzata quanto ipnotica.

 

LA MORTE DELLA PRIMA NASCITA

Ma il peggio – o ciò che di solito lo è – non è  ancora arrivato. Il peggio è ciò che chiamiamo nascita e che consideriamo abitualmente come separato dalla gestazione. Come se potessimo separare un fiume dal mare. La nascita è semplicemente il processo finale del tutto che inquadra la nuova vita che è cominciata con uno zigate. Anche se è pure certo che nascere, per le vivencias che ne sono proprie, si può separare dalla gestazione. Perché nascere è già un entrare in un mondo nuovo, con due rive. La nostra – che è un morire a una vita precedente – e quella che ci aspetta – quella di chi ci aspetta fuori – che è nascere.

Di modo che quando il frutto che è il feto è maturo – altrettanto maturo di come saremo noi il giorno in cui inizieremo l’uscita a un altro o a nessun luogo – il frutto si stacca da solo e inizia un altro percorso simile a quello della maratona con cui ebbe inizio il nostro percorso verso l’individualità. E ancora una volta madre e figlio si trovano soli con la loro gioia e il loro dolore. Ora per combattere affinché una nuova vita entri in una vita anch’essa nuova.

Il brutto è che questo transito da una morte fetale a una vita neonata di solito non avviene con naturalezza. Almeno nella nostra cultura. Questo transito avviene già condizionato dai danni che l’embrione-feto ha ricevuto nell’utero. Anche per le paure della madre e in minor misura per i rituali scientifici  da scartare che la nostra medicina convenzionale ancora mantiene: parti programmati, ossia raccolta di frutti immaturi; cesarei non necessari, ossia non solo frutti immaturi ma anche un sistema nervoso periferico non attivato per non aver strusciato il canale di nascita; ritenzione del bimbo che sta nascendo perché al momento l’ostetrico non è disponibile; cioè sbarramenti e immobilizzazioni del bambino che più tardi segneranno il suo carattere e il suo modo di somatizzare i danni; anestesie che anestetizzano pure il bambino, ossia un parto con un bambino senza forze quando non con la percezione resa insensibile – fuori dal corpo – e/o paralisi delle estremità inferiori; etc.

Quanto sopra – e molti altri danni ancora – si riferisce a un parto senza complicazioni, perché se il bambino arriva con dei danni e presenta delle difficoltà, allora quello che viviamo è la tremenda sofferenza di una nascita podalica, senza una luce che ci dica che non è solo tenebre e disorientamento quel che ci aspetta; o l’ominosa pressione di un forcipe che ci stritola il cranio; o l’angoscia di restare ore e ore in una matrice che ha perso l’acqua amniotica, che si sta asciugando, che ci mummifica e ci immobilizza, che ci trattiene con la sua secchezza di morte, che ci imprigiona e opprime con la camicia di forza della membrana uterina; o con la sensazione asfissiante di un cordone ombelicale divenuto corda e che ci si stringe sempre più intorno al collo quanto più ci tirano fuori; o l’eventuale lotta per la sopravvivenza – prima eventuale guerra territoriale – fra due fratelli gemelli che combattono come titani in un si salvi chi può; o…

Come ho scritto nel mio Le chiavi della malattia. Trattato teorico-pratico di Anateoresi”: “Inutile continuare. Basta quanto fin qui spiegato per capire che gli standard dei danni alla nascita sono le matrici fondamentali con cui scriviamo i testi di tutte le nostre malattie. Ed è ugualmente certo che ogni trance agonico – ogni nascita lo è – produce al tempo stesso momenti di cessazione del dolore che inducono (data l’intensità della sofferenza che cessa e date le caratteristiche delle coscienza a ritmi di onde lente del neonato) a stati di pienezza oceanica, con estasi che tutto lascia intendere che sommergono il bimbo e lo sciolgono nel magma della coscienza globale. È il suo rifugio. Forse il suo unico rifugio. Dove lo porta, drogato,la morfina endogena”.

 

LA SECONDA NASCITA

L’essere intrauterino che fummo ecco che sorge alla luce, molto probabilmente all’accecante luce artificiale di una sala parto, ma dopotutto alla luce. Ed eccoci qui, in un mondo che dobbiamo conquistare a botte delle crescenti onde cerebrali beta, quelle che man mano ci strapperanno dal nostro mondo soggettivo fino a giungere ai sette-dodici anni in cui, giunte alla maturità le onde beta, diranno di noi che siamo ormai altri. Una donnina, un ometto. Cioè saremo nati a un altro mondo, a un altro modo di vedere e sentire la realtà.

Ma ora, nella descrizione che sto facendo, siamo ancora qui. Il qui, appena nati, è magari una culla, una culla tra tante culle, lontano da nostra madre, bramando le soffici mucose delle pareti del nido materno che fino a questo momento ci avevano accolto, nel caso il nido fosse benevolo. Ma in ogni caso siamo lì senza poter discernere, senza poter comprendere cosa sta succedendo, senza poter comprendere  ma con la sensibilità appena sorta, aperta a tutte le sensazioni e senza difese davanti a ciò che possono essere sensazioni dolorose. Come lo sono le sensazioni di quella solitudine di una culla fra tante culle, di mancanza di una pelle materna calda, di un alimento che è più che latte, che è corpo di madre divenuto liquido caldo e dolce, divenuto amore.

E così, tra piacere e sofferenza, poco a poco maturiamo i nostri ritmi cerebrali di veglia. Prima il vuoto – non il pieno come nell’utero – , poi i confini di questo vuoto che sono i confini del nostro corpo, e infine diventiamo il novello Colombo che scopre che c’è qualcosa fuori di questa pelle che capiamo di essere noi. Una dura conquista. Molto più dura della traversata dell’oceano delle caravelle di Colombo. Abbiamo già una chiara individualità ma siamo naufraghi in questa individualità perché non abbiamo ancora un io. E per questo abbiamo bisogno di identificarci coi nostri genitori. Nella nostra vita precedente intrauterina siamo stati ciò che nostra madre ci mandava; ora nostra madre non è più noi ma continua ad essere necessaria per la nostra crescita. È necessaria perché è lei il timone che manovrerà il processo di identificazione per portarci all’io. E può succedere che questa madre di cui abbiamo tanto bisogno – e non solo per farci dare il seno ed altre carezze – non sia mai in casa. E non importa che questa madre si veda obbligata a lasciarci soli o con altre persone per il fatto che ha bisogno di lavorare e che deve lavorare per darci da mangiare. Niente di tutto ciò ha importanza; importa solo che non c’è. Importa pure che arriva stanca e non ci guarda, non ci abbraccia, e ci sentiamo soli, senza amore, rifiutati, orfani. E sono tante le cose che ci possono venire dai genitori dalla nascita ai sette-dodici anni… Screzi, nervosismi, separazioni, malattie, ordini senza senso a nostro modo d’intendere, sofferenza… E noi, che abbiamo bisogno di identificarci soprattutto con nostra madre prima – fino a circa cinque anni – e soprattutto col padre poi – anche se l’identificazione, direttamente o indirettamente, è sempre con entrambi – non troviamo in loro agganci favorevoli – o non abbastanza agganci – per zavorrarci e crescere tirati in secca in loro, al sicuro in loro. E siamo naufraghi in cerca di identità. E se lo siamo finiamo per afferrarci a qualsiasi persona o gruppo. E per giunta ci accuseranno perché cerchiamo, senza saperlo, una madre e un padre nel corpo e nella mente di qualunque personaggio o gruppo che richiami la nostra attenzione.

Lettore, non credo che sia necessario puntualizzare le possibili sofferenze di un bambino fino ad arrivare a quest’età di ritmi beta maturi. Anche tu sei stato bambino. E magari la tua infanzia fosse stata un’infanzia protetta e liberata dall’amore!

Ma con amore o senza, è pur vero che ha termine quest’altra vita emozionale e creativa che è l’infanzia, e moriamo pure ad essa per nascere all’adolescenza.

 

LA TERZA NASCITA

Abbiamo avuto una prima nascita quando diventammo zigoti, abbiamo avuto una seconda nascita in quello che intendiamo comunemente per nascere; ora siamo morti a questa seconda nascita per nascere alla terza. Stavolta è una nascita più lenta e meno drammatica ma non per questo priva di dolore.

Tu lo sai, lettore, sia che sia donna sia che sia uomo; sai perfettamente che quando prendesti coscienza di aver coscienza delle cose ti trovasti di fronte al fatto che il mondo esterno che avevi scoperto lo dovevi esplorare e conquistare. Non eri ormai più il Colombo delle acque amniotiche, né quello dell’infanzia con continenti fantasticati; eri già i Pizarro ed Hernán Cortés ed inevitabilmente dovevi farti strada nel mondo e trovarti un buco che – ti dicevano gli educatori – doveva essere quello di un vincente. Dovevi cioè entrare nel mondo a lancia in resta. Come il Cid Campeador.

Solo che questo mondo esterno è denso e duro. È pietra difficile da rompere. Ti ricordi? Quel ragazzo o quella ragazza che ti faceva battere il cuore e non sapevi come abbordare. Ti ricordi? Smarrita o smarrito in quel liceo dov’eri giunto per la prima volta, con compagni che ti pareva che ne sapessero più di te, con l’obbligo di portare bei voti al papà, magari un papà tremendamente autoritario che – ironia della sorte! – da giovane era sempre bocciato. Ti ricordi? Quel primo lavoro che non eri sicura o sicuro di poter svolgere, con un capo terribile, che sottovalutava sempre quel che tu facevi o, vai a saperlo, magari t’aiutava con una dedizione sospettosa o forse solo eccessiva, melensa. Ti ricordi? Tanti e tanti inganni e disinganni, tanti e tanti errori e frustrazioni, tanti e tanti aneliti che poco a poco svanivano. Ti ricordi? Ti ricordi?

 

LA QUARTA NASCITA

E così sei sorto – avresti dovuto sorgere – a una quarta nascita. Quella da adulto, in cui ormai inganni e disinganni si vivono con agitazione ma con minore sofferenza. Siamo diventati oggetti che hanno cominciato a fossilizzarsi. Abbiamo già iniziato il cammino verso una vecchiaia che ci metterà ko e ci mostrerà la luce di un altro canale di nascita. Solo che di questa nascita vi è in noi aspettativa di morte. Continuiamo a vivere nel timore di non essere. Continuiamo ad essere, malgrado tante vite vissute in una sola stessa vita, lo spermatozoo che un giorno dovette lasciarsi dietro in agonia milioni di suoi simili. Continuiamo ad essere vittime di quella paura che chiamiamo paura di morire ed è paura di perdere la maratona che ci porterebbe a non poter continuare a vivere. Anche se la vita è, in misura notevole, sofferenza.

È ben vero che, come disse Sartre, “l’inferno è l’altro”, ma è vero solo nelle nostre prime due nascite e in parte nella terza, ma non lo è quando ci siamo lasciati dietro l’adolescenza; avvenuto questo, ormai non siamo vittime, diventiamo aguzzini di altri e, soprattutto, di noi stessi. Ed anche se è ben vero che ciò dipende in gran parte da quali siano stati dallo zigote ai sette-dodici anni i danni che ci hanno e ci siamo inferti, è anche vero che ora, da adulti, dipende da noi la decisione di tornare terapeuticamente a quei danni che subimmo quando non potevamo ricacciarli e, tornando ad essi, in uno stato speciale di coscienza, comprenderli e diluirli per poter sorgere ad un’altra vita ancora. Per nascere alla vita che bramiamo e che quelli che io ho chiamato i CAT – i cumuli analogici traumatici formati dai nostri danni – non ci permettono di realizzare.

Ad ogni modo, con o senza terapia, non dimenticare, lettore, che quella che chiamiamo sofferenza di solito è soltanto la nostra risposta mentale di fronte a un fatto che oppone resistenza al nostro desiderio di vederlo realizzato. La sofferenza, salvo che sia un dolore organico – e in tal caso è dolore, non proprio sofferenza – può portarci a un maggior guadagno vitale se non adottiamo un atteggiamento fetale, di difesa e autocommiserazione, al suo cospetto. E dunque lotta. In questa lotta non c’è sofferenza. E tu puoi lottare. Lo sai in partenza di essere un vincitore. Ricordiati che hai dato la polvere a un trecento milioni di concorrenti…

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