Gli articoli di Joaquín Grau Martínez

 

Qui di seguito una selezione degli articoli più importanti scritti da Grau.

 

Anateoresi: che cos'é?

di Joaquín Grau
Traduzione di M. Luisa Cozzi


Creata da Joaquín Grau, Anateoresi è una terapia basata su postulati scientifici ampiamente comprovati sperimentalmente. Ha i suoi fondamenti nei diversi ritmi cerebrali che condizionano la nostra percezione nel corso della nostra fase di crescita, dal momento in cui veniamo concepiti ai sette-dodici anni, quando la frequenza cerebrale è già di ritmi beta maturi. Ecco perché Anateoresi permette al paziente di rivivere le cause emozionali profonde che alimentano la sua malattia. Quasi sempre si tratta di mali che hanno le loro radici nel corso della gestazione e/o nascita. A proposito dell’efficacia di Anateoresi è stato detto che è " l’apporto più rivoluzionario nella ricerca di un nuovo modo d’intendere la medicina". Essendo una terapia psicologica, Anateoresi non utilizza farmaci. Si serve solo di uno stato di coscienza speciale denominato ISRA (Induzione allo Stato Regressivo Anateoretico), che equivale ad un semplice rilassamento in cui il paziente non perde la coscienza; al contrario, si mantiene perfettamente lucido, padrone in ogni momento dei suoi atti. Lo stato ISRA, pur essendo un semplice rilassamento, comporta comunque un’immersione in un livello di coscienza – di fatto a 4 Hz – che permette di cancellare nel malato, mediante un corretto dialogo, le cause remote ed originarie della sua malattia. Ecco perché Anateoresi non solo è estremamente valida in ogni tipo di malattia, ma è anche una psicoterapia particolarmente rapida e per di più totalmente scevra da pericoli. Anateoresi è una tecnica regressiva nella misura in cui attua la sua ricerca negli avvenimenti traumatici – ed anche gratificanti – accaduti al paziente quando era embrione, feto, neonato e nell’infanzia fino ai sette-dodici anni, ma nel resto della sua terapeutica Anateoresi è del tutto originale. Perché scavando nel passato del paziente Anateoresi è una diversa terapia. Anateoresi è una terapia percettiva. L’unica terapia autenticamente percettiva esistente. Anateoresi poggia i suoi postulati terapeutici sui diversi modi di percepire. In particolare distingue la percezione analogica che corrisponde all’emisfero cerebrale destro dalla percezione causale che caratterizza l’emisfero cerebrale sinistro. E tiene in considerazione il fatto che ogni essere umano manca della percezione causale nella fase prenatale e non la possiede in forma matura durante l’infanzia. Ecco perché la terapia anateoretica esige dai terapeuti un modo analogico di dialogare col paziente. Un paziente che si trova in uno stato peculiare. In uno stato che Joaquín Grau, creatore della terapia Anateoresi, chiama Induzione allo Stato Regressivo Anateoretico (ISRA), uno stato in cui il paziente è semplicemente rilassato, uno stato in cui non perde mai coscienza come avviene con l’ipnosi profonda, uno stato in cui, però, rivive i fatti vissuti (le vivencias ) - sempre certi - sofferti o goduti quando si trovava nel grembo materno, alla nascita e nell’infanzia, fasi della vita in cui si producono gli impatti che poi diventeranno malattia. Naturalmente, Anateoresi ha molte altre caratteristiche sorprendenti che la distinguono dalle cosiddette terapie regressive; per esempio quando il paziente vivencia – visualizza e sente – gli impatti sofferti nel grembo materno, può visualizzare quello che veramente sta facendo sua madre al momento: discute, vomita, abortisce... Al punto che se il paziente è un figlio adottivo e non ha conosciuto i suoi genitori biologici, normalmente nella terapia visualizza proprio loro. Ed infine bisogna sapere che Anateoresi non cura malattie ma ammalati. Perché ogni paziente è una biografia che deve essere trattata individualmente. Il tuo caso sei tu, perché tu sei la tua malattia. Perciò bisogna parlare con te, non con la tua malattia –come si fa di solito – per conoscere il tuo caso.

 

 

La responsabilità di essere madre
di Joaquín Grau
Traduzione di M. Luisa Cozzi


Ai tempi dei nostri nonni, ed a volte ancor oggi, la gravidanza era considerata un po’ come se la donna stesse tenendo in incubazione un tumore benigno che, in modo più o meno semplice, avrebbe espulso dopo nove mesi. Per cui si trattava di sopportare pazientemente il fastidio e tutt’al più capire che quella protuberanza-bebè comincia ad avere una propria entità quando, nella gravidanza avanzata, dà segni di vita con qualche bella pedata nella pancia che lo ospita.
Ai giorni nostri si sa che quello che annida una madre gravida non è qualcosa di simile ad un’escrescenza tumorale benigna, ma un essere in crescita che richiede determinate cure per non andare a male. Ma tra queste cure raramente si includono le dovute attenzioni emozionali. In generale, la medicina ufficiale continua a considerare il nascituro un tumore benigno, sia pure bisognoso di un maggior controllo ed attenzioni di carattere soprattutto medico, senza tener conto (o tenendo in scarsissimo conto) la simbiosi emozionale con la propria madre in cui vive il nascituro.
Anatheóresis® invece sa bene, ed anche alcuni ostetrici cominciano a saperlo, qual è il processo di maturazione percettiva che vive il nascituro nel grembo materno. Si sa quindi che la sua vita è la vita emozionale che corrisponde ai ritmi cerebrali lenti. E che tali emozioni, traumatiche o gratificanti che siano, sono quelle che stanno conformando le strutture sinaptiche  iniziali: le autostrade su cui poi circolerà il pensiero. Autostrade suscettibili di essere più o meno ammalorate da certi impatti emozionalmente traumatici che non solo ci apparterranno alla nascita ma saranno diventati noi stessi. Perché attraverso di esse circolerà il nostro modo di essere ed agire. E saranno esse a dirigere la nostra vita, dal momento che saranno i nostri desideri ed i nostri timori.
E chi traccia queste autostrade? Ogni figlio è soprattutto della madre. Non va dimenticato che il nascituro non esiste da sé. Il nascituro è la madre. Il nascituro –  in maggiore o minor misura, a seconda del mese di gestazione in cui si trova – è un innesto che vive mimetizzato con la madre e che solo alla nascita inizia una vita propria. Benché in realtà non sarà propria perché si porterà dietro quello che, emozionalmente buono o cattivo, gli sarà giunto da sua madre.
Tenendo conto del fatto che è la madre ad ospitare nel suo seno il figlio e che lo ospita non come qualcosa di estraneo ma di unito a lei, che è lei; e sapendo che la percezione del nascituro è solo e soltanto emozionale, non c’è dubbio – e la terapia Anateoresi lo ha comprovato –  che le emozioni che vive il nascituro sono quelle che vive la madre anche quando ad averle causate sia stata un’altra persona.
Immaginiamo un padre che torna a casa ubriaco e picchia la moglie incinta. Il nascituro non soffrirà – e non immagazzinerà come memoria sentita – lo stato animico del padre ma il modo emozionale con cui la madre riceva quel maltrattamento. Perché quello che arriva al nascituro è la risposta sentita della madre all’atteggiamento aggressivo del padre. E non c’è dubbio che di fronte ad uno stesso fatto la risposta di una madre gestante può essere molto diversa dalla risposta di un’altra, che dipende da come sia la biografia emozionale di danni subiti di ciascuna madre. Dato che il canale di emozioni che ogni madre è per il proprio figlio nascituro continua ad avere le sue specifiche impurità. E ciò modifica il messaggio. Così, di fronte ad un’aggressione una madre può comprendere lo stato di suo marito e l’altra, invece, reagire con l’odio più profondo verso di lui. Un odio che raccoglie in modo globale il nascituro.
E quali sono i danni peggiori che una madre può trasmettere? Anzitutto si deve tener conto che ciò che un adulto può considerare i danni peggiori non sono necessariamente quelli che possono danneggiare di più un nascituro. Questo per la semplice ragione che la gravità di un danno nei primi stadi di percezione dipende fondamentalmente dalla capacità percettiva che un nascituro ha per difendersi. Così, è particolarmente grave non accettare emozionalmente la gravidanza dal momento che tale emozione la madre la trasmette ad un preembrione. Ossia ad un essere senz’alcuna capacità di difesa percettiva.
D’altro canto, è importante tener conto che ci sono due tipi di danni: quelli emozionalmente ininterrotti e di fondo, senza un fatto concreto, e quelli puntuali. Così, è particolarmente grave che una madre stia trasmettendo, per il solo fatto di averlo, uno stato emotivo negativo caratteristico della sua personalità di fondo. Una madre depressiva, per esempio. E questo perché tali emozioni sono un tratto fondamentale che man mano colorano emozionalmente il processo di maturazione percettiva del nascituro. Un po’ come se una di queste madri stesse tingendo la statua-figlio che sta formando con una certa colorazione. Qualcosa, quindi, che diventa già parte della personalità di fondo del futuro bambino. Qualcosa, d’altro canto, difficile da ripulire perché tale colorazione in gran misura sarà l’io del figlio.
L’altro danno, quello puntuale, presuppone l’esistenza di un fatto. Per esempio, la caduta sopra il ventre di una madre gestante o la paura vissuta da una madre gestante di fronte a una rapina a mano armata. In entrambi i casi sappiamo che l’impatto che riceve il nascituro non è il fatto ma l’emotività con cui la madre vive il fatto. E non solamente secondo il tipo e grado con cui lo viva la madre, ma anche a seconda dello stato percettivo – più o meno maturo – del nascituro. Però, anche ammettendo che sia importante l’impatto traumatico emozionale che comporta un fatto puntuale, si tratta in definitiva di qualcosa che accade una volta, non di qualcosa che fa parte della natura caratteriologica della madre.
A questo punto va chiarito che un fatto puntuale può, ciononostante, essere motivato da un danno di fondo. Va anche chiarito che gli impatti di fondo sono particolarmente gravi per il nascituro a causa della loro persistenza. Ecco perché un danno puntuale, per il fatto di non essere persistente, anche se può essere considerato grave dalla mente razionale di un adulto può tuttavia non aver lasciato traccia traumatica nel nascituro. La cosa grave non è che una madre manifesti il suo rammarico accorgendosi di essere incinta, la cosa grave è mantenere questo sentimento di non accettazione un mese dopo l’altro.
L’esperienza apportata dalla terapia Anateoresi ci avverte della necessità che ogni donna gestante tenga conto che nel suo seno si forgia il futuro di suo figlio. E quel che più importa è che sappia che dare alla luce il figlio che ha sognato è qualcosa che sta nelle sue mani. Cosa che sfortunatamente non possono dire i genitori adottivi né coloro che si servono di una madre in affitto. Dirò di più: questi genitori che ricevono un figlio portato in grembo da un’altra madre hanno pensato qualche volta che ricevono un figlio che arriva con un messaggio di futura personalità già sbozzato nel proprio cervello emozionale?

 

 

Madre: nel tuo utero scrivi il futuro di tuo figlio
di Joaquín Grau
Traduzione di M. Luisa Cozzi
 

Per molto tempo si è pensato che le emozioni e i pensieri delle madri gestanti non influissero per nulla sullo sviluppo del feto. Oggi si sa, senz'altro, che non solo influiscono in modo decisivo ma che possono segnare il futuro del bimbo per tutta la vita. Al punto che molte delle sofferenze che potrebbe patire da adulto possono avere la loro origine in qualcosa che lo ha colpito nell'utero della madre.

Niente è più lontano dal mio animo che giustificare la necessità che le donne tornino al loro fortunatamente superato ruolo di semplici massaie e balie dei figli. Ma anche se non è questa la mia intenzione, ciò non impedisce che abbia da esporre qui la terribile responsabilità che la natura ha assegnato alle madri, non tanto ai padri. E non tanto ai padri per il semplice fatto che sono le madri, non i padri, ad ospitare e dover nutrire con la propria carne, i propri pensieri e il proprio affetto per nove mesi – un'eternità intrauterina – il processo della quasi definitiva formazione psicologica del proprio figlio. E questo, se si vuole farlo bene, esige un modo di vedere e intendere la maternità che non è il modo in cui si considerava un tempo, ma nemmeno è il modo in cui, generalmente, si intende al presente. È chiaro che di fronte a quanto esposto fin qua il lettore, e soprattutto la lettrice, può obiettare che non esistono basi scientifiche definitive che permettano di affermare che è la madre e quasi solo la madre la grande responsabile del futuro dei suoi figli. Un'obiezione del tutto confutabile.

Che cos'è la percezione extrauterina?
La tecnica terapeutica Anateoresi si serve di un tipo di rilassamento speciale al quale ho dato il nome di Induzione allo Stato Regressivo Anateoretico (ISRA) che, senza perdita di coscienza, ossia con un semplice rilassamento profondo, permette a una persona adulta non solo di visualizzare, ma anche, e soprattutto, di vivenciar– vedere e sentire – i danni che ha subito quand'era nell'utero di sua madre; e che permette inoltre alla persona in questo stato di visualizzare e vivenciar ciò che succedeva fuori dall'utero quando, da embrione o feto, soffriva o godeva i danni o le gratificazioni che nello stesso momento viveva sua madre: un effetto, quest'ultimo, al quale ho dato il nome di percezione extra-uterina (PEU) e che, per quanto possa sembrare fantastico, fornisce sempre (purché la persona si trovi in un perfetto stato ISRA) fatti certi. Così, un paziente – e tutti siamo pazienti, perché tutti abbiamo subito danni anche se a un certo punto non mostriamo somatizzazioni –, un paziente, ripeto, può sentire il tremendo freddo della morte che vivenciò da feto e, contemporaneamente, comprovare, vedendolo, che in quello stesso momento in cui lui si sentiva morire, sua madre stava tentando di suicidarsi pigliando delle pastiglie. Pastiglie – sto parlando di un caso concreto che illustra tutti gli altri – che il paziente nella terapia identificò col proprio nome identificando anche il medico (persona a lui sconosciuta tanto quanto il tentativo di suicidio di sua madre) che riuscì a riportarla in vita. E non è necessario un danno così severo come un tentativo di suicidio: basta che una madre non riceva con il dovuto affetto il figlio nel momento in cui si rende conto di averlo in seno perché l'embrione riceva emozionalmente tale rifiuto e lo  imprima nella propria carne e nel proprio sangue. In fin dei conti ciò che chiamiamo Io è sostanzialmente il prodotto di questi danni e anche dei momenti gratificanti con cui nostra madre ci nutre dal momento in cui un ovulo è fecondato fino a più o meno i cinque anni in cui il figlio (bimbo o bimba) comincia ad identificarsi col padre. Un processo che si allunga, benché in modo meno impattante, fino all'adolescenza.
So che ogni madre desidera il meglio per il bimbo che porta nel seno. E so anche che, per tale ragione, molte madri si sentiranno emotivamente infastidite dalla mia affermazione che di solito stanno conducendo una cattiva gestazione dei loro figli. Difficile credere che quello che affermo è vero. Però tutte le madri che si sono sottoposte ad anateoresi hanno dovuto crederci quando hanno provato in se stesse, entrando nello stato di rilassamento (non durante la gravidanza, in cui non bisogna fare terapia anateoretica) che quanto affermo fu vero quando si trovavano loro nel grembo materno. Ossia, hanno potuto vivenciar quando e come i danni procedenti dalle loro madri accaddero e, ciò che più importa, risolvere i loro problemi dissolvendo le cariche patologiche che tali danni mantenevano vive ed agenti. Perché Anateoresi non è una teoria: si basa su fatti comprovabili. L’Anateoresi è scienza.
E proprio perché è scienza posso affermare che nessuna madre – gestante o con figli – deve sentirsi in colpa di fronte a quanto affermo perché, da un lato, solo ora si comincia a conoscere la grande recettività dell'embrione-feto; dall'altro, perché non sempre il sistema sanitario e la struttura sociale in genere permettono che la donna incinta trovi risposte ottimali alle sue domande; ed infine perché i danni che la madre incinta imprime nel suo futuro bambino non lo sono tanto a causa sua quanto a causa della grande recettività emotiva dell'essere che porta in grembo.

Cosa sente l'embrione?
È ancora vicino il tempo in cui la medicina concepiva l'embrione umano un po' come un tumore benigno che si andava formando passivamente all'interno della madre e che lei, trascorsi nove mesi, avrebbe espulso con più o meno sforzo e dolore ma senza altre conseguenze, salvo complicazioni che sempre si consideravano dovute a cause estranee all'atteggiamento emozionale della madre di fronte al futuro figlio. Ma non è così. E questo comincia a saperlo anche la medicina convenzionale. In quanto ad Anateoresi, l'esperienza mostra che l'embrione umano – nella sua fase intrauterina e di nascita – percorre alcuni stadi di percezione che possono essere spiegati come segue.
Il primo stadio di percezione – SP1– corrisponde alla fase iniziale embrionale, in cui l'embrione si trova in uno stato speciale come di sogno che lo mantiene in sintonia totale con la madre. E cioè non ha difese. Ossia, quanto gode o soffre la madre lo gode o soffre l'embrione e lo gode o soffre senza poterlo evitare e come se fosse qualcosa di suo: qualcosa che gli giunge da se stesso; anche se lo gode o soffre a un livello sensoriale. Per quei lettori che non hanno vivenciado questa percezione con la tecnica Anateoresi aggiungo che anche prima che si formi il sistema nervoso c'è già comunicazione intercellulare. Così, le cellule dell'embrione secernono regolatori paracrini che facilitano informazione e istruzioni alle cellule vicine. Esiste già una specie di memoria cellulare. Inoltre, già nel primo mese di gestazione inizia a formarsi il sistema nervoso e i nervi periferici.
È in questo primo stadio di percezione, che si estende solo per alcune settimane a partire dal concepimento, che Anateoresi si trova di fronte al gran danno – io lo chiamo IAT: Impatto Analogico Traumatico – o alla prima grande gratificazione – IAG: Impatto Analogico Gratificante – e questo marchierà a fuoco il futuro bambino. Questo danno o gratificazione è la carica emotiva che lancia la madre nel momento in cui si accorge di essere incinta. Se riceve la notizia come qualcosa di non desiderato e mantiene questo atteggiamento per un certo tempo, il rifiuto giunge all'embrione come un impulso di morte, come qualcosa che si oppone a un processo di crescita, come una minaccia. È  la prima sofferenza di una vita che vuol nascere. Anche se non si deve drammatizzare perché questo è perfettamente superabile.

Cosa pensa e sente l'embrione-feto?
Il secondo stadio di percezione – EP2 – include l'epoca di maturità embrionale e anche gli inizi dell'epoca fetale, in cui il cervello mostra già una struttura con circonvoluzioni. Questo stadio corrisponde, pertanto, a una percezione simbolica già strutturata mitologicamente. Chiarisco che tale simbologia, che è una simbologia archetipica, è l'idioma consustanziale al feto. Continua ad essere, pertanto, una percezione senza Io, senza focalizzazione personale, aperta di conseguenza a tutti gli impatti, specialmente quelli emotivi che procedono dalla madre, con la quale si mantiene, come nel primo stadio di percezione, in una simbiosi totale. E non dimentichiamo che simbiosi non significa che il cervello del bimbo sia quello della madre ma l'esistenza già di due cervelli, ognuno dei quali con capacità di ricevere e immagazzinare informazione; solo che in questo travaso di informazione il sistema nervoso del feto continua ad essere fondamentalmente recettivo, con una recettività soggettiva che globalizza ogni impatto come se l'impatto fosse lui. Così, il feto scrive nel suo sistema nervoso, nelle sue cellule, nel suo corpo tutto, quanto emotivamente la madre porta scritto e quanto la madre sta scrivendo nella sua mente. La madre trasmette al feto perfino i suoi sogni profondamente emotivi. E il feto li riceve con la stessa forza che se fosse qualcosa di reale. Così, pensare in modo ricorrente e seriamente di abortire è altrettanto reale per il feto che se la madre si sottoponesse a un autentico aborto.
In questo secondo stadio, la madre che vive una costante tristezza, irritazione, stress, litigi con il compagno – specialmente i litigi con grida – ecc., trasmette tali sentimenti al feto, che li riceve come suoi. E che li riceve emozionalmente e fisicamente perché una madre triste distilla tristezza ormonale e perché una madre sotto tensione sottopone il feto a una pressione fisica insopportabile. E il feto, questo dormiente lucido, si sforza con i piedi e le mani di difendersi dalla cintura di dolore che lo opprime. Anche se le immagini che elabora, come ho già detto, sono simboli archetipici. E così, questo pericolo di "affogo" a causa di pressione fisica ed emozionale che procede dalla madre è per il feto un naufragio nell'oceano amniotico del suo grembo materno.
Non dimentichiamo che i simboli primigeni elaborati dai ritmi cerebrali lenti – i ritmi rapidi beta, quelli dello stato di veglia, non sono ancora sorti o non sono maturati nel feto – sono il supporto su cui si sostiene la nostra vita adulta. Così, la visione e il sentimento del paradiso è un utero gratificante carico di endorfine. Mentre la nascita la viviamo come un sorgere a un mondo nuovo, inospitale, un mondo che ci aggredisce e che di conseguenza esige che ce ne difendiamo. La mitologia è noi, le nostre esperienze intrauterine.

Che cosa pensa e sente il feto?
Il terzo ed ultimo stadio intrauterino di percezione – SP3 – inizia tra il quarto e il sesto mese, momento in cui il feto possiede un cervello totalmente strutturato neuralmente e momento in cui, al sesto mese, praticamente potrebbe già sopravvivere se nascesse. In questo stadio, che possiamo estendere fino alla nascita e perfino all'epoca preverbale, la percezione è caratterizzata dall'esistenza già di intensi tenori di onde cerebrali theta, un ritmo cerebrale che è caratterizzato dalla sua alta emotività e non meno alta creatività. Si tratta, pertanto, di una percezione analogica – ossia che stabilisce le relazioni per somiglianza –, in modo che, per dare un esempio facile da comprendere, se un bambino rifiuta suo padre perché lo ha picchiato, si sentirà spinto anche a rifiutare tutti quegli uomini che abbiano le mani simili a quelle di suo padre. Sarà, insisto, una percezione analogica, ma in cui la coscienza mostra già una certa focalizzazione. Ossia, il processo di individualizzazione che finirà nella formazione di un Io, è già più individualizzato e, così, il sentimento di non amore che era solo sensazione quando si sentì rifiutato nel primo stadio ora assume connotazioni più personali e, a seconda di come siano stati gli impatti negativi ricevuti nel suo processo di gestazione, questo non amore può essere sentimento di rifiuto ma anche di abbandono o qualunque altro sentimento analogo a questi.
Non dimentichiamo che solo al termine del quarto stadio di percezione – ossia tra i sette e i 12 anni – il bambino ha raggiunto ritmi cerebrali beta maturi, che sono i ritmi di veglia, quelli che ci caratterizzano e ci permettono di discernere. Ossia, nei primi tre stadi di percezione l'embrione o il feto soffre o gode – e soffre o gode in modo diverso e con diversa forza secondo ciascuno di questi stadi – gli impatti che gli giungono dalla madre, ma anche se li subisce non sa discernere il perché di questi impatti né se gli appartengono o no. E questo è così evidente che nella terapia Anateoresi uno dei problemi con maggior resistenza a risolversi è l'adulto che ha avuto una gravidanza tinta con un continuo sentimento negativo della madre; per esempio, la tristezza cronica di lei, il disamore verso il feto o perfino l'indifferenza verso di lui. Perché, in definitiva, tutto si riduce a una non comunicazione o a una cattiva comunicazione tra la madre e il frutto che sta portando in grembo, giacché in questi casi il feto, che manca della capacità di discernere ossia di comprendere cosa sta succedendo, unisce alla sua unione con la madre –  senza poterla giudicare, come se fosse qualcosa di consustanziale a se stesso –  tale tristezza, disamore ecc. che sta ricevendo. Di modo che se il sentimento che riceve è concretamente di disamore, tale sentimento continuerà a viverlo, dopo la nascita, e crederà di riceverlo da tutte quelle persone che siano, agiscano etc. in modo analogo alla madre. Cioè, non necessariamente crederà di riceverlo da sua madre. Lei la giustificherà perché ha bisogno, per sopravvivere, di una buona o almeno sopportabile identificazione materna. Dunque, anche se nella terapia il paziente giunge alla comprensione del fatto che quel danno lo ha ricevuto da sua madre, anche così resiste ad abbandonare tale sentimento patologico di disamore perché capisce fin da principio, anche se non coscientemente, che rinunciare a tale sentimento è rinunciare alla propria madre. E ogni essere umano, per poter vivere, ha bisogno dell'esistenza introiettata di sua madre, anche qualora tale immagine lo faccia ammalare.
Un cattivo utero è quasi sempre causa di una cattiva nascita.
E non dimentichiamo che un cattivo utero è quasi inevitabilmente causa di una cattiva nascita. Perché, in definitiva, la nascita fa parte anche della gestazione. Sono un unico fatto. Allo stesso modo che, se guardiamo dall'alto, si rende visibile che fiume e mare sono una stessa cosa, qualcosa di totalmente unito. Non può esserci fiume senza un luogo in cui versare le acque che il fiume porta.
E così, la nascita è questo entrare nel mare di una nuova vita, solo che entriamo in essa col sentimento di aver perduto un'altra vita precedente, di essere morti a qualcosa di previo. Allo stesso modo che un giorno – e questo è una analogia – c'è da credere che sboccheremo pure in un altro mare, anche se per questo dovremo morire a questa vita, a questa nostra attuale percezione cerebrale di veglia. Ossia, a ciò che adesso chiamiamo vita.
Credo che con quanto sopra si sarà fatto chiaro perché all'inizio di questo articolo ho affermato la grande responsabilità che comporta la maternità. E perché ho posto in secondo piano la responsabilità paterna.
Fortunatamente per ogni donna, sono le donne che portano nel proprio grembo il più prezioso dei frutti. Per loro è il godimento di sentir brulicare la vita nel proprio intimo ma per loro è anche non tutta, ma certo quasi tutta la responsabilità del fatto che quel frutto sia soprattutto sano, intelligente e bello.

 

 

Nel regno del padre
di Joaquín Grau
Traduzione di M. Luisa Cozzi


Il tuo bambino - e nel dire bambino, come nel dire figlio, mi riferisco ad entrambi i sessi -, il tuo bambino, ripeto, ha già poco più - o forse poco meno - di tre anni e oggi ti ha guardato e ha lanciato il suo primo perché? e questo punto di domanda è stato lo squillo di clarinetto che avverte che tuo figlio ha incominciato ormai a nascere a una nuova percezione. Finora, nel mondo fondamentalmente emozionale, era passato da qualche semplice balbettio alle prime manifestazioni fonetiche, poco più che semplici onomatopee, e questi balbettii lo avevano portato al regno dei come?, maora al come? sta già aggiungendo il perché? e ciò equivale ad entrare in un mondo percettivo nuovo. Finora praticamente tuo figlio semplicemente esisteva, ora incomincia ad essere sé. Ha già mangiato il frutto dell'Albero della Vita e sta iniziando ad assaporare il pericoloso Albero della Scienza del Bene e del Male. E questo nuovo albero percettivo sarà quello che inclinerà tuo figlio verso un estremo o l'altro del cervello lateralizzato che ha incominciato adesso a maturare e che si mostrerà completato quando - divenuto dualità tenebre-luce - tuo figlio raggiungerà un'età di sette-dodici anni. E nella misura in cui va raggiungendo quest'età ci sono sempre più perché? nel suo modo di esprimersi e il bambino che fino ad oggi si è identificato - per imitazione o per opposizione - con la madre, man mano lascia lei per andarsi ad unire con suo padre. Il regno della madre non è finito - questo regno non finisce mai - però lei sta cessando di essere una necessità primordiale. E una volta compiuti i sette-dodici anni, il bambino è entrato ormai nel regno del padre.
Ne deriva che se era stata importante per il figlio l'influenza della madre nel corso della gestazione, della nascita e dello stadio preverbale, per il figlio ora non meno importante sta diventando l'identificazione con il padre. Non meno importante ma raramente così traumatica come poté essere l'identificazione con la madre. E questo per il semplice motivo che quell'esistenza inerme, totalmente recettiva, senza difese, che era l'embrione, il feto e il neonato, ora nell'infanzia dei perché? possiede già crescenti filtri razionali, di discernimento, che gli permettono di difendersi sempre più dalle aggressioni emozionali traumatiche.
Il processo di identificazione è tanto noto quanto visibile. Prima la madre è tutto, poi il bambino - nel suo Big Bang esistenziale - si allontana dalla madre - a volte addirittura la disprezza - e va verso il padre. Il padre ora è il suo dio. Per poi nella pubertà-adolescenza ritirarsi dal padre, passando a non dargli valore, il che gli permette di mostrare il valore e l'indipendenza del suo io. E questo, in generale, è il processo naturale di identificazione. E in quanto naturale, è il processo salutare che i genitori devono accettare e addirittura promuovere.

Il dramma arriva esattamente quando questo processo di identificazione si guasta, il che può essere per la mancanza totale o parziale del genitore - madre o padre emozionalmente assente - o per un eccesso di pressione identificatoria. Perché in entrambi i casi il bambino, carente di modelli validi di identificazione, cercherà di identificarsi con qualcuno o qualcosa di estraneo. Qualcuno o un gruppo che possono essere il famoso o la famosa di moda, anche se è può pure essere la droga che si condivide con un gruppo di persone i cui traumi di identificazione sono affini ai suoi. Perché l'identificazione è inevitabilmente necessaria nel processo di orientamento percettivo. Quello che importa è che questo scimmiottatore che è il bambino trovi nei suoi genitori un comportamento che sia il meno intossicato possibile.
E allora tu, madre, e tu, padre, cercate di non generare patologia. Lasciate che i figli esplorino per conto proprio, che si vadano frammentando dall'atomo primigenio che siete voi per generare la propria identità planetaria. Semplicemente aiutateli a essere il più se stessi possibile. E che questo più se stessi, sempre per quanto possibile, sia un miglior se stessi.
E non è il meglio per loro che tu, padre, inverta i modelli di identificazione con tuo figlio. Parlo del tentativo che fa un padre di dar valore a se stesso in rapporto al valore che, a giudizio degli altri, va acquisendo suo figlio. Quante volte avrai sentito dire, lettore, che mio figlio sa già… quel che sia, che è sempre qualcosa che si suppone che non abbia ancora l'età di poter sapere. Orgoglio di genitori con bassa autostima che, con questo esercizio di magia mimetica, si sentono più svegli loro nell'incensare l'intelligenza del proprio figlio. Questo senza aver coscienza che stanno facendo del proprio figlio un perdente. È stato comprovato che così come alcuni primi successi ripetuti nell'infanzia portano il bambino a un sentimento profondo di essere un vincente, anche alcuni primi insuccessi ripetuti portano il bambino a una personalità da perdente. E così stando le cose, risulta chiaro il pericolo di spingere il bambino a ottenere il successo in un ambito per il cui conseguimento non è ancora intellettualmente maturo. Padre, se non obblighi tuo figlio a mangiare di più di ciò che può digerire, perché lo obblighi intellettualmente a mangiare quello che la mente non può assorbire? Limitati a stimolare il suo appetito intellettuale - che è molto -, ma non dargli più di quello che può chiederti. Ché nessuno può chiedere di più di quanto può comprendere. Lo sai, devi insegnargli a pensare, non limitarti a dargli verità.
Padre, fatti bambino, gioca con tuo figlio senza competere con lui, accetta i suoi impulsi ludici, anche qualora questi consistano nello sbudellare giocattoli. Tuo figlio vive in un altro mondo, tuo figlio non sbudella i giocattoli, tuo figlio sta facendogli un'autopsia, tuo figlio vuol sapere e per questo cerca nelle viscere degli oggetti.
Accetta, padre, che - secondo la tua percezione adulta - tuo figlio è un po' matto. Accogli con umorismo la sua follia creativa. Di più, anzi: unisciti a questa follia, è catartica. E non dimenticare che solo un bambino che ha giocato può diventare un adulto felice. Ma, ti prego, non dimenticare che giocare con lui è sentire te stesso in lui. Così, giocare è condividere e confrontare abilità tattili e sentimenti, esplorare sensazioni, simulare atteggiamenti, dialogare con amici che non si vedono però ci sono, correre, toccare... Questo è giocare, ché giocare non è indossare la maglietta della squadra di calcio di papà e guardare dalle gradinate come altri non giocano ma semplicemente competono. E che giocare forse non è appiccicare per ore il naso a uno schermo virtuale tentando di ammazzare alieni.
Lascia che tuo figlio giochi, perché è ancora suo il regno della verità sentita. Abbellisci i suoi giochi.Cerca di far sì che l’agro della verità ragionata – dei perché? – entri in lui lentamente. Non cercare di far crescere percettivamente tuo figlio anzitempo. Arriverà da sé l’età in cui tuo figlio dovrà competere. E voglia il cielo che quel giorno capisca che colui con cui deve competere è solo se stesso.

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