“Giuda alla forca”

 

(da: J. Grau: JUDAS- el apóstol que estaba enamorado de Jesús)

 

Lettore, se hai avuto la fortuna d’incontrare Joaquín Grau, riconoscerai in queste pagine alcuni dei suoi fragorosi silenzi. Quei silenzi inframmezzati da parole, ben poche sue parole, con lo sguardo all’universo, il cuore che palpita d’un amore che si sciuperebbe nelle parole… Risentirai forse il brivido di quei momenti, in cui si faceva silenzio in te, silenzio e gratitudine per il messaggio che ti donava il più umile dei maestri.

Quante volte!

Per questo ho voluto tradurre e offrire questa pagina di Judas, l’opera a cui Joaquín tiene particolarmente (mi ha chiesto lui di tradurla), siccome le esperienze belle acquistano vita comunicandosi.

 

Ante Diem 6

Ogni sguardo era sguardo di tenebre. La notte copriva da un estremo all’altro il deserto. E Giuda sentì un freddo cimiteriale. Ma all’orizzonte, in un lontano orizzonte ad arco geometrico, un leggero nastro di luce annunciava il giorno. E Giuda affrettò il passo. Sapeva che non c’è luogo dove andare, ma affrettò il passo. E riposando lo sguardo buio, la buia solitudine della sua vita tutta, nel nastro di strati di luce, quasi corse. E comprese allora che non c’è altro faro, altra meta, che la luce, forse un riflesso di luce, un correre verso di essa, come sapendo che la luce, solo la luce, può incendiare questo qualcosa che ci porta di qua e di là, che ci muove e commuove, che è breve piacere in una costante sofferenza. Il breve piacere dell’oblio della sofferenza, quand’essa riposa dai suoi propri eccessi. E i piedi di Giuda corsero verso l’orizzonte, verso la luce, cercando questo qualcosa che nessuno sa che cos’è.

All’inizio fu un sole come tutti. Un sole nascente, caldo e accogliente. È Giuda, spogliandosi della tunica, gli offrì in sacrificio il corpo. Fu un gesto inconsapevole di adorazione. E con lui si aprirono al sole acacie e corvi, rovi e lucertole, selce e serpenti. Era il risveglio di una vita nuova, appena venuta alla luce, che si sgranchiva dal sonno affamata di vita. E il sole stava salendo, popolando solitudini, riempiendo buchi, dissolvendo ombre. E il silenzio della notte si stava allontanando. E un mormorio, quel mormorio croccante della massa di pane messo al forno, andò spandendosi per il deserto. Dio stava creando, come tutti i giorni, l’Universo.

E il calore del sole si fece, in Giuda, calore di pelle e calore di sangue. C’era come un ribollire nel suo corpo che lo distendeva, che lo muoveva a sorrisi e baci. E la mente forgiò speranze e aneliti. Speranze informi, senza corpo, ma piene di luce, e aneliti di volo, di un’ascesa a vertiginosi luoghi occulti che, sfortunatamente, richiedono ali, non braccia.

Ma Giuda, che aveva ascoltato parole d’amore – solo parole? - , che aveva seguito chi aveva detto di essere la Via, nel ricevere i primi raggi del sole, all’inizio di un nuovo giorno, all’inizio di un nuovo mondo, nel vedere vinte le tenebre della notte, ricordò che sulla terra la via - questa Via – è dove non ci sono vie. Perché Giuda ricordava il giorno in cui, piegato in due dal dolore, divenuto canna spezzata, dovette porsi di fronte alla forca di due vie. E dal conforto dell’ombra del cedro gigante, con gli occhi fissi alla forca, restò con il dubbio sospeso nell’aria, fattosi ombra della sua ombra.

La via che scendeva portava alla Geenna, dove gli uomini s’appendono alla forca. L’altra, alla spianata dei bucanieri, dove gli uomini bevono e amano. Nella Geenna c’era l’albero e la corda. Sulla spianata c’era il corpo tiepido di Rachele. E quel giorno scelse la via che non avrebbe dovuto scegliere.

E un altro giorno, prima di quel giorno, all’ombra dello stesso cedro, aveva deciso di scegliere l’altra via, quella che quel giorno di dolore avrebbe scartato. E di nuovo scelse la via che non avrebbe dovuto seguire. E capì che scegliere è sempre sbagliare, che bisogna fuggire dalle biforcazioni delle vie. Perché la via azzeccata è sempre quella che non conosceremo mai, quella che non abbiamo mai scelto. E se un giorno, come lui, torniamo allo stesso cedro e rettifichiamo la via, ormai non è la stessa via che non seguimmo un giorno, perché cambiando il tempo cambia la via. Per questo ora Giuda sapeva ormai che la via è non dover scegliere, stare dove non ci sono vie. E nel deserto non ci sono vie. Tutto è via. Ma via che non si apre in biforcazioni, che permette di camminare senza scegliere, perché tutto è rotta, la direzione è tutte le direzioni.

Il sole, stranamente, era già da ore sospeso allo zenit, come dimentico di sé stesso. O anche il sole era stanco di percorrere tutti i giorni, in ciascuna delle sue creazioni, la stessa via? O stava dubitando? Cercava di scegliere la via azzeccata?

Il soave calore del primo mattino, quella luce accogliente, col brulichio d’una vita nuova, aveva ceduto il passo a un fuoco bruciante e Giuda cercò, senza trovarlo, il sollievo d’un’ombra di duna, di una leggera oscurità di nube, di un po’ di tenebra. Ma dove non ci sono vie non c’è ombra di cedri giganti e dovette continuare ad andare, accumulando fuoco e fatica.

Giuda, con passo ormai incerto, si disse, speranzoso, che inevitabilmente un momento o l’altro la notte avrebbe dovuto arrivare. E con la notte, il soave riposo delle ombre. E questo pensiero alleggerì il suo passo mentre andava per quel luogo remoto e incerto. Ma i luoghi remoti e incerti possono sempre aspettare. Non così un poco di pane e acqua e il velo di un’ombra. E Giuda, senza pane, senza acqua, senza neanche un po’ d’ombra, guardò afflitto verso il sole. E il sole se ne stava lì, allo zenit, immobile. E Giuda si disse che, per la stanchezza dei suoi piedi e per la lunga angoscia del suo cuore, la notte doveva essere già arrivata. Ma non c’era notte, solo luce. E Giuda, incapace di sostenersi su se stesso, incapace ormai di calmare il suo cuore, si lasciò cadere. E la sabbia, forno di silice, ricevette il suo corpo come la stufa riceve la carne da cuocere.

Giuda, bruciato, assediato dalla luce – sole sulla sabbia e sole in cielo – si eresse e corse. Minuti? Ore? Si fermò solo nell’alveo secco di un fiume deserto, dove la sabbia è polvere con tenebre di umidità.

Proteggendosi dalla luce, tentando col gesto di creare ombre sul suo corpo, raspò febbrilmente nell’alveo e aprì una fossa in cui si sotterrò. Solo viso e braccia all’aria, all’aria densa, irrespirabile, che si andava coagulando come viscere di polvere al sole. E uno straccio di tunica con cui tentava di proteggersi dalla luce.

S’addormentò. O morì? Dicono che nessuno muore prima di sapere di essere morto. Per questo ci sono tanti morti che camminano alla luce del sole. Esseri che si credono ancora vivi, che semplicemente lasciano che li si sotterri quando il fetore delle loro vite è tale che neanche loro possono sopportarlo e devono accettare, con dolore, che erano già morti da anni.

Addormentato o morto, il fatto è che una lucertolina non più grande di un dito, col ventre bombato, pieno d’acqua appena abbeverata, entrò da sé nella bocca aperta di Giuda ed egli non dovette far altro che masticare. E lo fece lentamente, quasi solennemente, assaporando il sugo tritato di ossa, carne e liquidi. E ringraziò Dio del regalo di quella vita che alleviava la sua. Poi, addormentato o morto, vide attonito una lunga fila di cammelli senza cammellieri che bevevano abbondantemente in un rigagnolo di acque limpide che correva a pochi metri da dove giaceva lui. E Giuda si disse che doveva andare lì, che era necessario fare i pochi passi che lo separavano dall’acqua, ma il corpo rimase disteso, senza forza. Solo la bocca si mosse e fu per aprirsi, per rimanere così, aperta come un fiore del deserto, in attesa di nuove lucertole. Magari solo di minuscoli insetti.

Tornò a guardare il sole e il sole era sempre lì, allo zenit, implacabile, immobile davanti a chissà che biforcazione di vie. E Giuda, con un solo pensiero nella mente, che un momento o l’altro anche il sole avrebbe cercato il riposo delle ombre, tornò a perdere la coscienza. O, chissà, continuò a stare nei rimasugli di coscienza che ancora gli restavano dopo essere morto.

Quando tornò alla luce seppe che non avrebbe mai saputo se c’era acqua o no a qualche passo dalla sua sete. Era ormai un relitto sulla sabbia. Si domandò quanti giorni fossero trascorsi – tre, cinque, sette? – dal momento in cui il sole rimase lì, fisso allo zenit, senza vie da percorrere. E Giuda, ormai solo pensieri, se ne stette lì, nella sua fossa, nel suo rifugio, con la bocca aperta, aspettando la carne e il sangue della vita. E le ore – i giorni? – passarono, ma non ci fu la consolazione di un’altra vita che morisse per lui. E il relitto, quel pezzo di legno che era la sua resistenza a bruciare, alla fine cedette e scoppiò una gran fiammata. E la fiammata si fece fiamma. E la fiamma rogo, e il rogo incendio. Arse per ore, forse per giorni, mentre il sole rimaneva implacabile allo zenit, vincitore, forse per sempre, per i secoli dei secoli, sul suo nemico: le tenebre. E l’incendio in cui Giuda si era trasformato udiva i vibranti clarini dei figli della luce. E  nella sua sofferenza non comprendeva che quello fosse un giorno di gioia nel Cielo.

Consumato nella pira del suo stesso corpo, Giuda si inabissò, con voluttà, nel soave crepitio delle braci. Era una consunzione senza fiamme, una lingua di scintille che si consumava in un gioco di bagliori sotto la luce ormeggiata del sole del deserto.

E Giuda si lasciò andare a questa ignizione che non era incendio, che invece di disperdersi in lingue di fuoco, cercava un centro e lì, raccolto, s’andava consumando come in un mormorio di voci, come in un bisbigliare di preghiere.

Furono ore, forse giorni, in cui il sole, la sabbia e Giuda rimasero uniti in uno stesso desiderio. Un desiderio di pienezza, di stare nello spazio senza stare nel tempo.

Poi, un giorno – un giorno di un tempo ormai senza giorni – le braci si spensero e rimasero solo ceneri. Con il guizzo dell’ultima scintilla di un incendio, Giuda perse la coscienza che lo aveva portato alla luce e lo aveva allontanato dalle tenebre. Era, semplicemente, sabbia con la sabbia, un tutto senza centro, una via senza vie. Ormai non c’era un Giuda e il sole, non l’uomo e la luce. Uomo e luce e lucertola e tutto erano lui. Ormai non c’era una via da scegliere, tutto era scelto e in ciò vi era una strana pace di pianure senza fine. Perché ora sì che la vita era una verità, perché non c’era opzione. E la libertà era piena, perché non c’era dubbio. Alcuni strani sensori funzionavano con assoluta precisione. Nulla paralizzava braccia, gambe né mente, non c’era riflessione, solo la luce diretta del gesto divenuto atto. Il fatto non era ormai un pensiero divenuto azione, ma il fatto in sé, nudo e vergine in ciascuno degli atti.

E così, per giorni – forse anni, forse secoli, o va’ a sapere se millenni di un tempo senza tempo – Giuda visse divenuto sabbia nella sabbia del deserto. Lo percorreva con l’aria, andava da una parte all’altra agile come polvere di luce e i suoi occhi accoglievano più spazio che gli occhi umani. Solo il relitto del suo cranio e il vaso della sua mascella aperta rimanevano saldi, ancorati nell’alveo secco del fiume del deserto. E la polvere dell’alveo stava riempiendo relitto e vaso. E fu così che un giorno – un giorno di questi senza tempo – un seme s’annidò nel relitto del suo cranio. Fu una gravidanza lenta ma gioiosa di cui fu partecipe l’attonita mascella, che era bruciata rimanendo aperta, senza lasciare che il fuoco distruggesse il suo anelito a un’altra lucertolina.

Fu dapprima un tenero pollone, un indifeso pollone che iniziò il lungo e faticoso cammino di ogni creazione. Perché il pollone cercava il sole, solo il sole e alcune poche, assai poche gocce di acqua. E se è certo che il sole ci cerca sempre, è anche certo che l’acqua non cercava il pollone e che invece lo cercavano le bestie del deserto.

Ancora una volta lo splendore e l’indigenza della vita. Ma non già la nudità e solitudine della vita umana. Il fragile pollone aveva accettato di non essere qualcosa che vive, ma la vita. E che l’intelligenza è una, non una per ciascuno. Per questo il pollone aveva solo un barlume di paura della morte. Solo un barlume, per questo poteva ergersi al sole e lasciare che l’aria lo cullasse per ore e per giorni, placidamente, senza timori che lo tenessero costantemente in allerta e lo togliessero da questa placidità senza tempo.

E Giuda, questo pollone che aveva dato alla luce il suo cranio calcinato, si mise a crescere nel giubilo di sentirsi alimentato da infinite correnti che gli giungevano, piene di energia, da tutti i luoghi del firmamento. Non c’era nessun angolo dell’universo, che fosse stella o buco nero, che non stesse unito a Giuda fattosi albero. E l’albero, una acacia spinosa dalle lunghe braccia, ricevette un giorno il primo confuso sfregamento. Le unghie di un corvo. E la pelle di notte dell’uccello si pulì le piume sul braccio dell’acacia. E la linfa dell’acacia, fremendo alla carezza dell’uccello, intonò il suo primo inno alla pienezza della vita. E così come non c’era aria e acacia, né luce e acacia, né acqua e acacia, e neppure, quand’era pollone, lombrico e acacia, allo stesso modo non ci fu corvo e acacia. E tutto fu carezza sotto il sole ardente, sotto l’immobile sole del deserto.

È Giuda, divenuto acacia, nel suo silenzio vegetale, senza l’assorbente rumore delle parole, lontano ora – ormai tronco, non pollone – da ogni sentimento di paura, perché tutto era in lui e non c’è nemico quando tutto è noi, viveva nel piacere. Non aveva da spintonare l’ambiente, non aveva da allontanarlo con le mani o con lo sguardo; non aveva nemmeno da proteggersi con il gesto o il grido, e neppure aveva bisogno di gambe perché sapeva che non c’è un luogo dove andare, che tutti i luoghi sono il luogo. Per questo Giuda, spinosa acacia del deserto, poté sentire come suo il guscio duro dello scarabeo e alleviò la sete udendo il sonaglio di acqua della gobba del dromedario. E un giorno, sotto la sua ombra a raggiera – ombra di rami radi – sentì creparsi la terra e un inno gioioso squillò nelle fibre del suo corpo. Gli giungeva il giubilo della schiusa della terra, questo squarciarsi a nuove vite, questo risorgere in vite nuove. E attraverso la fessura s’affacciò un eccesso di colori che si aprì con un’esplosione, riempiendo l’aria col suo aroma pungente. E questo prodigio lo sentì l’acacia come qualcosa di suo, come il diletto dei suoi stessi frutti vegetali, e l’acacia conobbe allora l’autentica essenza di Dio. E parlò con Lui, perché parlò a se stessa parlando con il fiore: acacia e fiore, fiore e acacia. E l’una e l’altra commentarono i mille incidenti del giorno. Però non c’erano lamentele. Come prendersela col sole se il sole era loro, se loro – acacia e fiore, fiore e acacia – erano il sole?

E la luce che essi erano la sentivano non aggressiva e dura, ma dolce e calda, non tale da ferire, ma accogliente come l’abbraccio di un fiume di linfa. E come ingiuriare il vento che li cullava? Nemmeno esecrare la termite che gli tarlava il corpo. Che non era loro, che era corpo di acacia, fiore e termite. E divenuti termite potevano estendere i loro palpi vegetali in altre forme di percezione. Qualcosa di veramente eccitante, anche se pericoloso perché un uomo assaggiò una volta il frutto dell’acacia e l’acacia, facendosi uomo nell’uomo, ricordò che può esserci anche dolore nella vita. Per questo, sulla terra, tutto fugge dall’uomo, perché l’uomo è uno specchio che riflette soltanto se stesso. L’uomo, assorto nella sua stessa immagine, non in quella reale, ma in quella che vede nello specchio, che è il riflesso di un riflesso, conosce soltanto l’ombra di se stesso. L’uomo dà sempre le spalle alla luce, per questo le sue vie sono tutte vie di oblio. Dare le spalle alla luce è percorrere un cammino inverso, in cui l’inizio è fine e la fine principio. Dar le spalle alla luce è cercare fuggendo. Dare le spalle alla luce è percorrere vie che allontanano.

E Giuda, essendo acacia, conoscendo l’uomo dall’albero – dal tutto che è l’albero – capì che anche se è certo che non ci sono due vie, non è nemmeno certo che non ci siano vie, che tutto sia deserto. Sì, ci sono vie. Ma una sola. Una sola via. Perché, perfino nell’uomo, la via che si percorre e quella che non abbiamo scelto, quella mai percorsa, formano una sola via, impastata delle luci e ombre della via percorsa e delle ombre e luci di ciò che pensiamo sarebbe stata l’altra via. Si, ci sono vie. Ma una sola. Una sola via.

Anche nel silice, nel fiore, nella lucertola e nell’ acacia. Una sola via. Una via che percorre  se stessa. Ciò che non c’è è né uomo, né silice, né fiore, né lucertola, né acacia, c’è solo via. Per questo tutti – uomo, silice, fiore, lucertola e acacia – siamo la Via.

 

 

                                    (Tratto da JUDAS, el apóstol que estaba enamorado de Jesús –

                                    Proyectos Editoriales J&C, 1998, pagg.23-29. Trad. M. L. Cozzi)

 

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